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Planimetria scala 1:500

Prospetti

Palazzo Vitelli a San Giacomo

     

Questo palazzo fu costruito nei primi decenni del XVI secolo, è passato dai Vitelli ai marchesi del Monte Santa Maria, poi fu abbandonato e quasi tutti i suoi ornamenti interni andarono persi, né più nulla ora rimane delle sue ricche e artistiche suppellettili. Per la sua architettura servì da modello per la costruzione di alcune case di ricche famiglie a Città di Castello . L’edificio segna il fiorire di un’architettura originale che risente dell’influenza dei palazzi fiorentini introdotta nella nostra città dai Vitelli. Stando alla tradizione si dice che fu Angela de’ Rossi dei Conti di San Secondo, moglie in seconde nozze di Alessandro Vitelli che fece innalzare dai fondamenti il vasto palazzo. Tale ipotesi è avvalorata dal vedere sul portone d'ingresso il leone rampante, stemma di quella famiglia. Angela de’ Rossi fece costruire questo palazzo perché era gelosa di Alessandro Vitelli che era amante di una donna chiamata Laura. C'è anche chi sostiene che la costruzione del palazzo fosse anteriore al suo matrimonio con Alessandro. E’ possibile che Vitello, primo marito di Angela, in occasione della sua unione con Angela de’ Rossi abbia indotto la moglie a costruire il palazzo di San Giacomo, poiché, ogni personaggio della famiglia, teneva molto ad innalzare palazzi nei vari quartieri della città. E così si spiegherebbe la ragione perché in alcuni parti interne del palazzo si trovano gli emblemi dei Vitelli, ripetuti anche nell'impiantito della sala maggiore; cosa che certamente non si vedrebbe se Angela de’ Rossi, per diverbi avuti con il secondo marito Alessandro, si fosse decisa ad abbandonare il tetto coniugale e a costruirsi una propria abitazione. E’ facile capire infatti ,che se Paola avesse voluto edificare tale palazzo in seguito ad una crisi coniugale, non vi avrebbe posto gli embleli vitelleschi per l’esaltazione della famiglia stessa. E’ più probabile dunque che il palazzo fosse stato edificato da Vitello e che lo stemma con il leone rampante sia stato un atto di omaggio di Vitello alla moglie. Il palazzo ha pianta rettangolare ed è isolato da tutte le parti, con la facciata principale sulla via di San Giacomo. Gli angoli o canti sono rafforzati da un grosso bozzato sporgente, rigato a scarpello, uniforme per tutta l'altezza del fabbricato. Due alte cornici ricorrono al primo e al secondo piano, e tutte le finestre simili tra loro e di buona ed elegante proporzione, hanno pietrami larghi con modanature maestrevolmente condotte. Tuttavia essendo grandi e troppo vicine tra loro, tolgono alla facciata qualcosa della sua gravità e della sua grandezza; né il portone stranamente disegnato e piuttosto piccolo, con bozze racchiuse da una faccia esterna che va a terminare sulla porta superiore in due volute barocche aggiunge bellezza. Un ampia e caratteristica tettoia retta da mensole formate di tre correnti scalati con sagome eguali, dà compimento all'edificio. L'architetto che disegnò questo palazzo non si curò molto di dare all'insieme insolito ed appariscente magnificenza, ma intese piuttosto distribuire le stanze in comodi e signorili quartieri. Le dimensioni degli ambienti sono contenuti, salvo per il salone che prende luce dalle finestre della facciata principale; questo ambiente era noto per l’elaborato pavimento in cotto, oggi non più esistente. Le stanze ed i quartieri sono disposti in modo razionale ed ogni ambiente è funzionale ma al tempo stesso signorile. Tutte le stanze sono impreziosite da soffitti a cassettoni nei quali sono rappresentati le armi dei Vitelli. Per la disposizione dei quartieri e delle stanze, questo Palazzo è uno dei migliori dei Vitelli.
L'ingresso, a volta piuttosto bassa, conduce ad un cortile con colonne anch'esse alquanto tozze che reggono gli archi della loggia, alla destra si trova la scala. Un grazioso sedile sagomato è al suo cominciare: i pilastri e l'arco di pietra sono a larghe fasce contornato da cornici interrotte a metà, nel modo usato in molte fabbriche castellane, simili a quello degli altri palazzi già ricordati dai Vitelli. Salite due parti della scala poco sviluppate per la scarsa altezza del pian terreno, si entra in una loggia che dà sul cortile e col parapetto che serve da basamento a colonne dalle quali si partono degli archi, e col soffitto a cassettoni ottogonali. Questo soffitto è bene spartito e bene ideato, specialmente nella grande e rilevata cornice che lo racchiude lungo i muri, per ottenere dalla piccola stanza un bell'effetto, accresciuto anche dalla pittura che oggi è spartita quasi totalmente. La loggia serve a dividere e render liberi i quartieri posti a destra e a sinistra, nei quali si entra da due patri. Ormai le stanze sono spoglie di tutti gli antichi ornamenti, non offrono a chi le visita nulla di particolare se viene tolto il soffitto della sala sulla strada, che è bello e piacevole. Le decorazioni presenti sul soffitto del salone principale sono dovute a Luca Antonio Angeloni, pittore locale del secolo XVIII. Sappiamo altresì dal Vasari che il Parmigianino, dipinse “una culla di putti fatta per la Signora Angela de’ Rossi, moglie del signor Alessandro Vitelli” oggi perduta, ma possiamo pensare che ci sia stata una partecipazione dello stesso pittore nelle decorazioni murarie ancora celate dagli intonaci. I quartieri che rimangono dalla parte opposta all'ingresso principale, ai quali si accede dallo stesso cortile, entrando per la porta che dà sulla piazza di Sant'Angelo, hanno una scala più piccola destinata a render libera la porta anteriore del palazzo, che serviva da abitazione ai padroni, o meglio il quartiere era riservato per le circostanze solenni. La scala principale d'accesso non è di grandi proporzioni, come negli altri due palazzi a Sant’Egidio e in Piazza, è breve nello sviluppo, con la branca che conduce nella loggia del primo piano, da cui si accede ai vari ambienti. Le colonne che al piano terra si presentano massicce e di foggia corinzia, si alleggeriscono nella loggia superiore. A compimento della fabbrica e certamente nel secolo seguente a quello della sua costruzione, affinché ci fosse una miglior veduta dalle finestre della facciata principale, fu alzato un muro a guisa di prospetto scenico, al di là del piccolo giardino posto dall'altra parte della strada e che rimane proprio di fronte al palazzo. Questo muro, decorato con cattivo gusto di ovati ed ornamenti di stucco, era in compenso abbellito con varie buone opere di scultura intorno alla fontana che gettava le acque nella sottostante grande vasca di marmo antico. Le statue e i busti di marmo furono tolti e venduti, e ora vi rimane la sola vasca con grandi fenditure, quasi muta testimone del passato splendore. Nel secolo XVIII il palazzo passò in eredità ai marchesi del Monte che vi apportarono vari adattamenti all’interno delle sale. Alla fine del secolo XIX una parte del palazzo, con le dovute modifiche, ospitò il “Pellagrosario”. Negli anni ’30 alcuni locali del medesimo palazzo accolsero le attività delle Formazioni Femminili dell’opera Balilla. Fino agli anni ’60 poi, il palazzo ha ospitato la caserma dei Carabinieri con ulteriori rifacimenti che hanno riguardato i pavimenti. Palazzo San Giacomo diventerà presto la nuova sede della Biblioteca Comunale "G. Carducci"