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Palazzo Vitelli a Sant'Egidio

facciata principale

Fra i palazzi dei Vitelli questo è il più grande e principesco quello in cui meglio si realizza il concetto tipicamente rinascimentale di corte. Il superbo complesso cinquecentesco delimita una vasta area che comprendeva: la collina di bossi e lecci, il giardino, il ninfeo, la peschiera, la chiesa della Madonna della Neve e sullo sfondo la Palazzina con la ricca e fantasiosa decorazione ad affresco della loggia. Paolo Vitelli (1519/1574) fece costruire questo palazzo intorno al 1540 che sostituì il Palazzo dell’Abbondanza nelle funzioni governative. Nel 1573 vennero qui ospitati Ottavio Farnese Duca di Parma e Piacenza e Giovanna d’Austria moglie del Granduca Francesco de’ Medici quindi si presume che il palazzo fosse già stato ultimato. Si pensa che a Palazzo Vitelli ci fossero vari funzionari e magistrati che amministravano il patrimonio, la giustizia ed i servitori, quindi attorno alla persona di Paolo venne a formarsi una vera e propria corte, una realtà a sé, quasi un piccolo stato. Per questo Paolo si creò un immenso palazzo la cui facciata principale è rivolta verso la città e l’altra si affaccia su un ampio giardino originariamente all’italiana con un ninfeo decorato da un loggiato con statue, il calidarium, la chiesa ed una palazzina con logge affrescate. L’insieme è delimitato da una parte dalle mura cittadine e dall’altra da un alto muro che ne definisce il perimetro.Questo “recinto” che isolava tale zona privilegiata era di gran moda fra i palazzi rinascimentali. Una tradizione attribuisce proprio a Paolo Vitelli celebre condottiero, il disegno del palazzo. Se consideriamo i difetti che ci sono nella fabbrica pare che il progetto per gran parte sia stato fatto da qualcuno non molto pratico d’architettura. I vari difetti evidenziati dal Magherini, fanno pensare che siano presenti a causa dei capricci del padrone. Per quanto riguarda la facciata ci sono due portoni dei quali uno fu murato perché era inutile, le finestre furono messe a distanze diverse dai bozzati delle cantonate, e sgradevole è l’effetto che creano le finestre del primo piano andando a toccare con i loro frontespizi quasi la fascia ricorrente sotto il misero finestrato del piano superiore. Se osserviamo i difetti della parte interna fanno subito sgradevole impressione il piccolo vestibolo che dalla scala mette al salone e la piccolezza della porta del medesimo, poi l’ultimo piano è stato diviso in due quartieri isolati l’uno dall’altro per via del salone che nella sua altezza arriva fino al tetto. Non si sa chi abbia fatto il disegno del palazzo, anche se si è pensato che fosse del Vasari. Il palazzo ha la forma di un rettangolo allungato, nella sua facciata principale a mezzogiorno è rinforzata sui canti da bozze di peperino che arrivano al cornicione ornato di mensole intagliate. Questo palazzo è sproporzionato perché la larghezza è eccessiva in confronto dell’altezza. Le finestre del pian terreno che somigliano a quelle del pian terreno del Palazzo Pitti di Firenze, vengono collegate tra loro da una cornice in linea con i davanzali, e questi sono sostenuti da grosse mensole che posano su uno zoccolo, mentre nei vani tra mensola e mensola si hanno grandi specchi ribassati. Sopra un cornicione di sagome assai belle e con fascia chiusa da listello, si alzano le finestre del primo piano, e su queste, a poca distanza, ricorre una fascia semplice che s' interrompe per lasciar luogo ai davanzali scorniciati delle basse finestre che danno luce all’ultimo piano. I due portoni sono belli nella loro semplicità e anche un po’ originali, perché sopra al bozzato che soltanto dalla parte interna segue nella sua sporgenza la forma dell’arco, ed ha indietro altri membri architettonici che lo riquadrano, posa una grande cornice, la quale dà all’insieme qualche cosa di veramente grave e severo.

particolari della facciata principale

Tutte le finestre sono ornate di fasce di peperino; quelle interne rettangolari, le esterne a modo di pilastri finiscono con mensole che reggono i frontespizi a triangolo chiuso in quelle de pian terreno, ad arco rotto nelle altre dei due piani superiori. La facciata opposta che guarda il giardino è quasi simile alla facciata principale anche nei particolari, ma una terza parte di essa è occupata nel centro da una loggia con colonne d’ordine toscano, il loggiato è retto oggi da robusti pilastri che hanno inglobato le originarie colonne, divenute pericolanti dopo il terremoto del 1789.Il Palazzo all’interno era costituito da molti ambienti di cui è stata ricostruita la destinazione d’uso. Dalla porta a destra si entra nell’atrio grandioso sovrastato da una volta ricoperta da affreschi mitologici che estendendosi quasi per tutta la larghezza del palazzo, immette nella loggia ariosa aperta sul ridente e ampio giardino, degno sfondo di quell’ ingresso. Il pian terreno è occupato in gran parte dallo spazioso ingresso e dalla loggia sul giardino; pare che l’architetto nel delineare questa residenza principesca e sontuosa, volesse colpire la mente di chi entrava nel palazzo per la sua grandiosità. La stanza, posta nel lato occidentale dell’atrio, era adibita ad armamentario, ossia luogo dove i soldati controllavano l’accesso al Palazzo. Dall’atrio si accede anche alla loggia dalla quale ci s’immette nel salone dei rinfreschi per passare poi nelle camere degli ospiti ornate da grandi camini in pietra serena e nelle camere più piccole della servitù; nella parete orientale della loggia si ha l’ingresso alla stanza dei palafrenieri accanto alla stalla dei cavalli e dei muli. Sempre nell’atrio, nella parte orientale troviamo le cucine con camino e pozzo, le camere dei servitori, ripostigli e magazzini. Al piano di sopra ci si arriva grazie ad un’imponente scalinata che si trova a destra dell’ingresso, questa è formata da due parti, alquanto sforzate, per esser larghi ed alti i gradini. Ha la volta centinata e due grandi finestre che l’illuminano. Poco rimane delle pitture che ornavano la volta. Dal primo pianerottolo, piuttosto piccolo, come abbiamo notato, si entra in un salone grandissimo, il quale, occupava tutta la larghezza ed altezza del fabbricato, questo salone era il luogo dove venivano tenute udienze e ricevimenti e gli affreschi sulle pareti rappresentano le vittorie militari dei Vitelli. I finti arazzi che illustrano i personaggi e gli avvenimenti più importanti della famiglia Vitelli furono dipinti da Prospero Fontana, aiutante del Vasari. Questo salone venne diviso da un tramezzo e il soffitto fu abbassato dopo l’incendio avvenuto il 13 giugno del 1686 che distrusse il magnifico soffitto a lacunari con rosoni intagliati e splendide dorature. Anche il camino, in cui è scolpito lo stemma dei Vitelli, posto in origine di fronte al salone d’ingresso per attirare l’attenzione di chi entrava, una volta affiancato alla parete divisoria, in seguito alla suddivisione del salone, ha visto sminuito il suo originario effetto scenografico. Da quattro porte di buon disegno si passa nelle altre stanze; queste stanze sono decorate da stucchi dorati o da affreschi del Gherardi, del Fontana e alcune anche del Vasari. Dalla parte settentrionale ci si immette nella quadreria, ossia una grande sala da pranzo che prende luce dal giardino ed è a contatto con il salone, questa sala, è decorata da affreschi mitologici, ha un soffitto molto sfogato ma di minore altezza, senza dubbio uno dei più belli costruiti sul cadere del secolo XVI tanto per spartito elegante quanto per gli ornamenti, da qui si passa alla cappella di famiglia sovrastata da un soffitto affrescato con storie dell’Antico e Nuovo Testamento, si affaccia su essa un piccolo oratorio dal quale si accede alla camera del cappellano dove erano custoditi gli arredi sacri. Nella parte occidentale del palazzo vi sono poste la biblioteca e alcune camere da letto. Nella parte orientale c’è il gineceo con le stanze “cubicula dominae”e le stanze da letto. Nel secondo piano vi sono le camere della servitù, i ripostigli ed i magazzini.

Il giardino del Palazzo a S. Egidio e la Palazzina

Il giardino ricorda in qualche aspetto il giardino di Boboli (Firenze). E’ come un ideale prolungamento del palazzo verso la palazzina. All’inizio era all’italiana con le aiuole ed i prati disposti geometricamente lungo l’asse prospettico che aveva come punto di fuga le logge della palazzina. Dava l’impressione di una natura integra a cui l’intervento dell’uomo aveva sottratto la parte selvatica. Venivano applicati alla natura rigorosi schemi geometrici. Nel giardino vi era anche un orto botanico con fiori e piante rare che per una sapiente disposizione fiorivano durante tutto l’anno dando vita ad un’eterna primavera che rappresentava l’eterna giovinezza e il favore politico di cui godevano i Vitelli. Il giardino era il luogo in cui il Signore si dedicava alla meditazione ed alla contemplazione del cosmo perché con la natura l’uomo si avvicinava a Dio. Era un “Paradiso del piacere” dove grazie all’armonia dei suoi elementi si ricreava l’ordine del creato. Il boschetto fu realizzato su una collinetta artificiale ombreggiata da lecci secolari e rappresentava un luogo selvaggio privo dell’opera dell’uomo che si contrapponeva alla perfezione del giardino. In questa collina vi è una grotta dove al suo interno vi sono finte stalattiti, giochi d’acqua, statue, mosaici di conchiglie e dei cunicoli che conducevano fuori dalle mura cittadine. Di fronte al boschetto c’è un’altra grotta dove ci sono satiri e divinità silvestri. In tale giardino l’elemento principale è l’acqua che era ben visibile nelle cascate delle vasche e nelle fontane. Attraverso macchine idrauliche si riusciva a proiettare l’acqua verso l’alto e si aveva così un microclima artificiale creato dal volere del principe. L’acqua era presente anche nel ninfeo che era una fontana monumentale dedicata alle divinità delle acque sorgive. In lontananza, il giardino è diviso da un muro ad archi sormontato da statue, sotto al quale c’era anche una peschiera cioè una grande vasca piena di pesci che funzionava come bacino di raccolta per le acque del giardino e dopo un breve tratto da questo muro ricorre una muraglia a sostegno di un altro piccolo giardino.
Il giardino quindi concedeva quella tranquillità e quell’armonia necessarie per la riflessione nello stesso luogo in cui solitamente si trattavano affari. Il giardino dunque permetteva di ricostruire le condizioni dell’otium, nel cuore stesso del luogo deputato al “negotium”, mettendo altresì in correlazione la Palazzina, luogo di delizie, al Palazzo, sede degli affari. L’elegante palazzina si trova infatti all’estremità del recinto sacro, opposta al Palazzo e ad essa originariamente si accedeva attraverso una scalinata che immetteva direttamente nelle logge, come elemento di continuità tra l’edificio e il giardino, in quanto affrescata con festoni di frutta, fiori ed uccelli.

Questa loggia fu costruita contemporaneamente al palazzo, è retta da colonne e aperta soltanto dalla parte davanti, e sebbene come architettura non abbia nulla di particolare, tuttavia è da tenersi in grande considerazione per gli affreschi che ne adornano la volta. Dai peducci di essa, che è a vela, si partono come tanti ventagli con piccole figure virili e di femmine, di divinità e di putti, poi vi sono dipinti cavalli e un’ infinità di varietà di animali naturalissimi, poi frutta d’ogni specie, il tutto disposto con artistico disordine. Altri spazi racchiudono paesaggi e un grandioso festone di foglie e di fiori che gira intorno, lasciando alcuni spazi vuoti nei quali si vedono colorite figure mitologiche. Alcune di queste pitture di colori vivissimi furono in parte deturpate, ma sono ancora ammirabili. Il Magherini attribuisce questa loggia al Gherardi, ma non è certo che tutti i dipinti siano di questo autore, alcuni, se confrontati con quelli eseguiti nella Villa Bufalini a San Giustino, sembrano essere opera sua, altri invece non corrispondono alla sua mano. Questo fa pensare che altri artisti abbiano lavorato in sua compagnia. Oggi infatti si ritiene che la Loggia unisca l’ideazione e l’opera di Prospero Fontana, alle qualità inventive e all’estrosità narrativa di Cesare Baglione e di Giovan Antonio Paganino, attivi nel Parmense. La favolosa volta si pone pertanto tra i capolavori della decorazione emiliana. Tra gli affreschi della loggia, oltre a figure maschili e femminili, di putti e di animali nel riquadro maggiore del centro della volta spicca una storia che racconta la fantastica origine data dai cortigiani genealogisti alla famiglia Vitelli, mentre nei vani della parte più alta della volta sono rappresentati tre giovani vestiti da guerrieri, antenati della famiglia, ai quali viene predetta la futura grandezza della stirpe. Uno di loro tiene in mano la squadra e il pendolo proprio per indicare i palazzi che i suoi discendenti avrebbero costruito.
Presso la loggia, sorgono a destra due fabbriche, di semplice, ma graziosa architettura, disegnate certamente da ottimo maestro che seppe adattare la costruzione al carattere campestre di quel luogo. Il prospetto architettonico nel Ninfeo, a nicchie con quattordici statue in cotto raffiguranti le Virtù, può essere datato nel terzo decennio del 600, quando anche la chiesa venne rinnovata. Le acque del torrente Scatorbia alimentavano le fontane del giardino, la peschiera e tutte le necessità idriche del Palazzo.

loggia vista dal salone affrescato

Interventi della Cassa di Risparmio al Palazzo Vitelli a Sant’Egidio

L’attenzione e la sensibilità della Cassa di Risparmio di Città di Castello per il recupero e la valorizzazione del patrimonio artistico locale, hanno trovato un’eloquente espressione nella acquisizione del complesso rinascimentale del Palazzo Vitelli a Sant’Egidio, che ricopre nella storia e nella cultura della nostra città un grande significato. Negli anni ottanta sono stati realizzati importanti interventi il restauro architettonico nella Palazzina e del Palazzo e del prospetto a nicchie del Ninfeo. Si e inoltre proceduto al restauro pittorico della decorazione ad affresco della Loggia della Palazzina. Nel 1997 sono stati attivati i primi interventi di restauro degli affreschi nel salone del piano nobile del Palazzo che oggi possono essere ammirati in tutto il loro splendore.