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Quella gastronomica è una delle maggiori ricchezze del nostro paese, che può vantare di un'incredibile varietà di piatti e ricette, che già nel basso medioevo, ma specie nel Rinascimento divenne famosa in Europa per i suoi cuochi eccellenti. Veri e propri maestri dell'arte della cucina, questi professionisti, accompagnati da schiere di aiutanti e servitori, allestivano per i signori delle corti, sontuosi banchetti. I principi non badavano a spese, pur di mostrare la loro magnificenza a tutti coloro che vi partecipavano; le vivande erano talmente numerose che difficilmente gli invitati riuscivano anche solo ad assaggiarle tutte. Il trasporto dalla cucina alla sala da pranzo e il rituale del taglio e del servizio comportavano tempi di attesa lunghi, tanto che le vivande arrivavano spesso ormai fredde nei piatti degli ospiti, perdendo parte del loro sapore. L'elemento essenziale era dunque quello scenografico: i banchetti delle nobili corti erano veri e propri spettacoli, caratterizzati da ornamenti che accompagnavano le portate e da un variegato programma di intrattenimenti. Molto in voga, nel Rinascimento, era il banchetto a tema, di tradizione classica greca e latina che però non costituiva la norma. Si possono rintracciare all'interno della cucina italiana, numerose ricette giunte dall'epoca medioevale a oggi, invariate. Una delle ricette più antiche è la cosiddetta "agliata", una salsa a base di aglio, pane raffermo, brodo, noci e mandorle tritate che nel medioevo era utilizzata per accompagnare le carni arrosto ma che un celebre cuoco rinascimentale, il Messisburgo, suggerisce di servire "sopra i maccheroni", un modo di condire la pasta ancora molto diffuso, anche se oggi abbiamo tante salse a base di pomodoro che, a quei tempi, non erano conosciute. Possiamo ipotizzare che quanto evidenziato sopra, valga anche per la famiglia Vitelli e per i tifernati del 500; Cipriano Piccolpasso, nel 1579, definiva la città: "grassa e abbondante di tutti i frutti delle terra, produttrice di "grano e vino in grande quantità, luogo di molto piacere, sia per la caccia come per l'uccellare e per pescare, avendo il Tevere alle mura, in cui fanno delicati pesci. La situazione peggiorò, per la maggior parte della popolazione alla fine del 1500; i documenti del tempo mettono in risalto le particolari condizioni di povertà se è vero che molti erano costretti a nutrirsi di radiche e erbe selvatiche e c'era tanta penuria che in città rimase un unico rivenditore. 


Menù Rinascimentale 

Un tipico menù rinascimentale prevedeva stuzzichini, che consistevano in: schiacciatine al farro e all'orzo, olio puro in ampolle, frutta e verdura. Servitori avevano il compito di servire acqua di fonte e vino bianco in appositi boccali. Come seconda portata vi erano gli antipasti: crostini di noci e fichi secchi coperti di salame e focacce al sapore di cacio. A questi seguirono portate di pasta: maccheroni in sugo di oca e bringoli all'ardito; seguivano a queste carni locali come quaglie, galline ed arista, accompagnate da verdure come insalata e fagioli. L'ultima portata consisteva in sorbetto di frutta fresca e agrumi e crostata di farro e uvetta.